Spiaggia libera tutti (Chiara Valerio, Editori Laterza, 2010)

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Valerio cover

1. Scauri, Caraibi

Scauri è un po’ come Macondo. Ci sono gli zingari, gli ossessionati, le famiglie che si rincorrono da generazioni e qualche puttana, qualcuno è morto attaccato a un albero e qualche altro se lo sono mangiato le formiche. Solo che a Scauri c’è il mare, anche se gli scauresi non se ne accorgono nemmeno. Il mare è come la tovaglia di tutti i giorni o come la polvere controluce. Sta lì, da sempre, non ci fai caso. Io pure. Quando arrivo a Scauri non penso più al mare. Quando sono lontana sto minuti interi a immaginarmi il mare, a Roma (163 km da qui) vado a correre sugli argini bassi del Tevere per stare vicino all’acqua, a Modena mi consolava pensare che l’acqua trascorresse sotto le strade coi nomi di canali. Poi metto piede a Scauri e il mare mi passa di mente. All’improvviso. […] (nota).  

Per essere precisi, Spiaggia libera tutti non comincia così. Comincia con una piantina, questa (a cui segue un indice dei capitoli):

Valerio1

Una porzione di costa: terra, mare. La presenza della città di Formia permette anche alle persone non della zona, di collocare questa porzione di territorio su di un orizzonte italiano più ampio. Qui dunque si trova la spiaggia di cui parla il titolo, un titolo che sa di gioco estivo, in sintonia con la copertina che ritrae delle sagome sulla spiaggia che si stanno divertendo, ma anche di suggestivo gioco di parole – tana libera tutti, spiaggia libera tutti. La suggestione rimanda a quel momento nel gioco del nascondino in cui qualcuno riesce a liberare tutti coloro che erano stati scoperti e non erano riusciti ad arrivare alla tana prima del “cercatore” di turno. Momento di gioia e di euforia per tutti i salvati, di sconforto per il cercatore che dovrà “cercare” di nuovo. Cosa succede se mettiamo spiaggia al posto di tana? Non possiamo che far affiorare la domanda e lasciarla lì.

Gioco di parole a parte, entriamo nel libro attrezzati di una mappa: per orientarci, per ancorare il detto a dei luoghi che esistono, per trovare il tesoro?

La mappa ci è immediatamente utile, dato che il titolo del primo capitolo riguarda proprio uno dei suoi luoghi, Scauri. Ma quello che segue, subito ci spiazza: Scauri, Caraibi? Questo titolo mantiene aperta la domanda che ci eravamo posti circa la mappa: realtà, fantasia? Scauri, Caraibi: tutte e due, realtà e fantasia. L’immediato riferimento a Macondo sottolinea questo possibile duplice livello almeno per coloro che riconosco in Macondo il mitico luogo dei Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez.

Oppure per coloro che perdono il riferimento a Marquez, Macondo, può essere semplicemente un altro imprecisato posto che non è nè Londra, nè Parigi, in cui succedono tante cose diverse, in cui c’è un po’ di tutto, cose normali e cose strampalate, varia umanità impegnata a far fronte alla vita così come sa, così come può.

La differenza tra questi due posti di provincia la fa il mare. C’è il mare, ma gli scauresi non se ne accorgono: una presenza così pervasiva e quotidiana che diventa scontata come la tovaglia di tutti i giorni o la polvere che c’è, ma si vede solo in controluce. E’ così anche per colei che narra: il mare c’è nell’immaginazione quando è lontana, quando non è visibile nella realtà. Ed ecco quindi – forse – intonato quello che ci aspetta: un luogo e i luoghi che gli stanno intorno in cui ha radici la biografia di colei che narra. Un qui specifico misurato con precisione in riferimento al resto – Roma (163 km da qui) – e misurato anche in riferimento ad altri luoghi (Macondo) scoperti con quel viaggiare molto particolare che sono i libri, che diventano, dunque, anch’essi potenziali metri di misura. Il qui, si vede meglio da luoghi altri, veri e fittizi, in controluce, attraverso l’improvvisa illuminazione della scrittura che diventa modo di conoscere proprio quel luogo che dovrebbe essere più familiare di tutti e invece rischia di non esserlo. Un viaggio alla scoperta dei tesori che nasconde quella mappa iniziale, di quanto noi siamo in maniera profonda e forse inconsapevole il luogo da dove veniamo, se solo riusciamo a vederlo con i suoi abitanti in controluce.

nota

Eccoci qui: siamo solo al terzo incipit e già disattendo il criterio del primo paragrafo che sancisce la fine dell’inizio che ho io stessa proposto. Segnerò in questa maniera […] i casi come questo. Qui il primo paragrafo finisce all’inizio della seconda facciata. Motivi di spazio mi costringono a tagliare e mi sono fatta guidare dal quello che ha ben espresso Giuseppe Ierolli nel suo commento al mio post “Ma quando finiscono (e quando cominciano) gli inizi?: “Di volta in volta, mi affido al respiro delle frasi, o al passaggio ad altro …” e qui mi è parso che la frase secca corta perentoria “all’improvviso” mi offrisse un appiglio per tagliare. Mi scuso con l’autrice.

 

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