Archivio mensile:Agosto 2013

Chi racconta questa storia?

 

Due tagliL’ incipit che ho commentato tratto dal romanzo di José Saramago, L’uomo duplicato, è un esempio di narrazione in terza persona. La questione è piuttosto complessa e, a seconda delle scuole critiche (e del relativo vocabolario) in gioco, può venire descritta in maniera diversa.

Cerchiamo di semplificare: se c’è un detto (la storia narrata) ci viene istintivo pensare ci sia qualcuno che dice. Ci viene istintivo, perché così funzionano le cose nel mondo che conosciamo. In fin dei conti, una definizione di narrazione abbastanza soddisfacente perché articola un concetto intuitivo è la seguente: una narrazione consiste in qualcuno che dice a qualcun altro che è successo qualcosa. “Il qualcuno che dice” è il narratore che può dire “io” e far parte quindi del mondo narrato come personaggio (protagonista o meno) oppure no. A questo secondo caso appartiene l’incipit di Saramago.

Se questo qualcuno non è presente come personaggio, tuttavia, non significa che la sua presenza non sia percepibile. Un modo per catalogare il variegato gruppo di questo tipo di narratori è proprio il loro grado di visibilità, o, per essere più precisi, di udibilità. Ci sono infatti narratori essenzialmente inudibili di cui non riusciamo a farci un idea, e narratori che – invece – riusciamo in qualche modo a individuare tra le pieghe di quello che dicono e delle parole che scelgono. Con che narratore abbiamo a che fare qui? Prima di tutto un narratore che ha l’aria di sapere parecchie cose, compresi i pensieri del protagonista. Ha accesso alla sua interiorità, ci dice per esempio, quali dei suoi nomi, il nostro riesce ad ammettere, esattamente da quando il nome Tertuliano gli pesa come un macigno, e che cosa probabilmente pensa della situazione che vivrebbe adesso se avesse avuto figli. Addirittura, il narratore dimostra di sapere cosa il protagonista non ricorda.

Il piglio è quello di qualcuno che ha in mano tutto il quadro e ne è consapevole (e se ne compiace pure). Capiamo tutte queste cose istintivamente, ma possiamo anche indicare i luoghi testuali che contribuiscono a formare questa impressione: espressioni come “in verità”, “per dirla con la precisione clinica che l’attualità richiede”, “per avere un’idea chiara del suo caso, basti dire…” ci fanno sentire inequivocabilmente che il narratore non si vuole nascondere, ma vuole che noi ci accorgiamo che c’è qualcuno al timone a guidare la rotta della narrazione, dall’alto, ovvero da una posizione di maggiore conoscenza. Dico maggiore conoscenza e non onniscienza solo perché la prova del nove ce la può fornire solo il proseguimento del libro e la dimostrazione che il narratore ha accesso anche ad altre interiorità. Diciamo che quello che ci offre l’incipit giustifica una scommessa in questo senso. L’effetto sui lettori di questo tipo di voce autorevole che ci dà l’idea di parlare con cognizione di causa riguarda la nostra immediata disponibilità ad affidarci.

Ma che altri tipi di narratore in terza persona ci sono? Avremo modo di parlarne in una delle prossime soste.

L’uomo duplicato (José Saramago, 2002)

 

Saramago - uomoduplicato

Il caso è un ordine da decifrare. Libro di contrari

Credo sinceramente di avere intercettato molti pensieri che i cieli destinavano a un altro uomo. Laurence Sterne

L’uomo che è appena entrato nel negozio per noleggiare una videocassetta ha nella sua carta d’identità un nome tutt’altro che comune, di un sapore classico che il tempo ha reso stantio, niente di meno che Tertuliano Máximo Afonso. Il Máximo e l’Afonso, di applicazione più corrente, riesce ancora ad ammetterli, a seconda, però, della disposizione di spirito in cui si trovi, ma il Tertuliano gli pesa come un macigno fin dal primo giorno in cui ha capito che l’infausto nome si prestava a essere pronunciato con un’ironia che poteva essere offensiva. E’ professore di Storia in una scuola media, e la videocassetta gli era stata suggerita da un collega di lavoro che tuttavia non si era dimenticato di preavvisare, Non che si tratti di un capolavoro del cinema, ma potrà intrattenerla per un’ora e mezza. In verità, Tertuliano Máximo Afonso ha un gran bisogno di stimoli che lo distraggano, vive da solo e si annoia, o, per dirla con la precisione clinica che l’attualità richiede, si è arreso alla temporale debolezza d’animo comunemente nota come depressione. Per avere un’idea chiara del suo caso, basti dire che è stato sposato e non si ricorda di cosa lo abbia portato al matrimonio, ha divorziato e ora non vuole neanche ricordarsi dei motivi per cui si è separato. In compenso, da questa mal riuscita unione non sono nati figli che ora sarebbero lì a pretendere gratis il mondo su un vassoio d’argento, ma la dolce Storia al cui insegnamento lo hanno chiamato e che potrebbe essere il suo cullante rifugio, la vede ormai da lungo tempo come una fatica senza senso e un inizio senza fine. […]  

(Einaudi 2003, traduzione di Rita Desti)

Un “inizio senza fine”, questo di José Saramago. Un inizio che mi costringere a tagliare, dato che il primo paragrafo finisce quasi due facciate più in là. Non si tratta dell’unico incipit del grande scrittore portoghese che abbia questa caratteristica che lo accomuna ad un altro autore che amo molto – William Faulkner. Così è, prendiamo atto e cerchiamo perlomeno di iniziare a capire con che tipo di situazione narrativa abbiamo a che fare.

Il testo sembra subito porci di fronte ad un problema, quasi ad un paradosso: il titolo – L’uomo duplicato – trova un’immediata corrispondenza nelle primissime due parole del libro – l’uomo. Con il nome che si ritrova, però, l’uomo in questione sembrerebbe essere tutto fuorchè duplicabile. Eccoci quindi a maneggiare senza neanche aver avuto il tempo di metterci un momento a nostro agio, una domanda pesante: l’uomo duplicato che supponiamo essere al centro del libro che abbiamo in mano è Tertuliano Máximo Afonso? La domanda generica su come si faccia a duplicare un uomo che forse ci siamo già posti leggendo il titolo, si intensifica quando l’uomo di cui facciamo immediata conoscenza ci viene presentato subito come un individuo reso unico da un nome difficile da digerire per la sua – scomoda – singolarità.  L’ipotesi che sia proprio Tertuliano Máximo Afonso l’uomo che – chissà come – risulterà duplicato, è peraltro molto plausibile per il semplice fatto della sua assoluta preminenza in queste prime righe. Il riferimento esplicito a quello che è scritto nella sua carta di identità – il documento di individuazione per eccellenza – sembra suggerire che sarà proprio la questione dell’identità del protagonista al centro del libro (e forse, per estensione, la questione dell’identità tout court).

Nonostante il nome singolare, comunque, il nostro sembra un uomo comune: svogliato insegnante di Storia, tendente alla depressione, annoiato, tiepido. La vita sembra capitargli, senza che ci sia volizione da parte sua – un uomo senza qualità, insomma. Della sua vita pare si possa dire come del suo lavoro: “una fatica senza senso.”

Queste le ordinarie premesse di una storia il cui titolo ha dello straordinario e il cui significato rischia di essere nascosto nelle pieghe delle due epigrafi tratte dal Libro di contrari e da Sterne.

Forse che il passaggio dall’ordinario allo straordinario avrà a che fare con la videocassetta che Tertuliano Máximo Afonso si appresta a noleggiare? La posizione forte di questo dettaglio potrebbe indurci a pensare che sia proprio così, o forse si tratta solo di un dettaglio insignificante, parte dell’insignificanza della vita del protagonista.

Ma chi ci racconta questa storia? Questo tipo di voce, distaccata, autorevole, sofisticata ed ironica merita una sosta – la prossima.

“Ortiche” (Alice Munro, 2001)

Munro Nemicoecc MUNRO hateship

Nell’estate del 1979, entrai in cucina, a casa della mia amica Sunny nei pressi di Uxbridge, Ontario, e vidi un uomo in piedi davanti al tavolo di lavoro, intento a prepararsi un tramezzino al ketchup. 

Ho poi girato in macchina sulle colline a nord-est di Toronto con mio marito – il secondo, non quello che mi ero lasciata alle spalle quell’estate – e ho cercato la casa con svogliata insistenza, ho provato a rintracciare la strada su cui si affacciava, ma non ci sono mai riuscita. Sunny e suo marito la vendettero qualche anno dopo la mia visita. Era troppo lontana da Ottawa, dove abitavano, per funzionare come casa per le vacanze. I loro figli, una volta adolescenti, non avevano più avuto voglia di andarci. Inoltre richiedeva troppo lavoro di manutenzione, e Johnston, il marito di Sunny, nei fine settimana voleva giocare a golf. 

Il campo da golf l’ho trovato – credo sia quello giusto, anche se i bordi ineguali del green sono stati risistemati e la sede del circolo è di gran lunga più chic. (Einaudi Nemico, amico, amante … traduzione di Susanna Basso)

 [In the summer of 1979, I walked into the kitchen of my friend Sunny’s house near Uxbridge, Ontario, and saw a man standing at the counter, making himself a ketchup sandwich.

I have driven around in the hills northeast of Toronto, with my husband – my second husband, not the one I had left behind that summer – and I have looked for the house, in an idly persistent way, I have tried to locate the road it was on, but I never succeeded. It has been probably torn down. Sunny and her husband sold it a few years after I visited them. It was too far from Ottawa, where they lived, to serve as a convenient summer place. Their children, as thet became teenagers, balked at going there, And there was too much upkeep work for Johnston – Sunny’s husband – who liked to spend his weekends golfing.

I have found the golf course – I think it the right one, though the ragged verges have been cleaned up and there is a fancier clubhouse.  “Nettles” in Hateship, Friendship, Courtship, Loveship, Marriage. 2001]

Una prima scena: l’incontro di colei che narra (il riferimento a “mio marito” nel secondo paragrafo ci fa capire che si tratta di una donna) con un uomo intento a prepararsi un sandwich nella casa di una amica. Il dove e il quando dell’incontro sono immediatamente specificati con precisione e il passato remoto colloca inequivocabilmente l’incontro in un altrove sia temporale che geografico. Il primo paragrafo, secco, preciso, con tono informativo si chiude con un dettaglio – il tramezzino al ketchup – che attira la nostra attenzione per la sua curiosa particolarità: è forse il particolare che rende l’uomo riconoscibile alla protagonista o si tratta del dettaglio che, adesso, nel presente del ricordare, la protagonista riconosce come il pretesto che ha favorito il dialogo tra i due e – magari, dato che da cosa nasce cosa, qualcos’altro? In una maniera o nell’altra, sentiamo istintivamente che in quell’incontro deve essere nascosto un dettaglio emozionale che spinge la protagonista, negli anni successivi a quella estate, a cercare con insistenza, seppur svogliata, di rintracciare la strada e la casa che hanno fatto da sfondo a quel giorno del 1989.

La specificazione buttata lì circa il marito – “il secondo, non quello che mi ero lasciata alle spalle” – con relativa puntualizzazione temporale – quell’estate – insinua in noi il dubbio che l’incontro accidentale con l’uomo del sandwich al ketchup possa essere stato la causa o concausa o goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’incrinarsi della relazione e della conseguente rottura tra i coniugi proprio quell’estate. Chissà. Queste prime righe provocano in noi delle domande e già evocano il sapore di una storia che già sappiamo sarà così intensa da essere, appunto, memorabile per la protagonista che vuole raccontarla. 

Tutti i dettagli della vendita della casa rispetto all’evolversi della situazione familiare di Sunny ci appaiono irrilevanti rispetto al tarlo che con nonchalance ci è stato già messo in testa. Ci aspettiamo – desideriamo – che ci venga detto di quell’uomo (gusti son gusti) e di cosa ha reso quell’incontro un evento che si è fissato nella memoria della protagonista. Il riferimento al titolo potrebbe essere contenuto nella constatazione che il campo da golf (nota) non ha più i bordi ineguali di quell’estate, a indicare che quella volta lì c’erano probabilmente delle ortiche. La ricerca dei luoghi di quell’estate da parte della protagonista fa da mappa per quello che ci aspettiamo di leggere – di quella casa, di quel campo da golf i cui bordi erano probabilmente infestati da ortiche, della sede del circolo più rustica e meno chic e di quell’indimenticato uomo che si prepara un panino al ketchup.

nota

I have found the golf course […], though the ragged verges have been cleaned up: la traduzione italiana di golf course (l’intero tracciato del campo da golf – il fairway) con green (che indica la parte che delimita la buca rasata e curatissima) mi sembra renda più difficile cogliere il riferimento proprio a quella porzione di prato che era “ragged”, cioè, grezzo, selvatico, diseguale e poteva contenere ortiche, che adesso non c’è più.