Archivio mensile:Luglio 2013

Spiaggia libera tutti (Chiara Valerio, Editori Laterza, 2010)

Valerio cover

1. Scauri, Caraibi

Scauri è un po’ come Macondo. Ci sono gli zingari, gli ossessionati, le famiglie che si rincorrono da generazioni e qualche puttana, qualcuno è morto attaccato a un albero e qualche altro se lo sono mangiato le formiche. Solo che a Scauri c’è il mare, anche se gli scauresi non se ne accorgono nemmeno. Il mare è come la tovaglia di tutti i giorni o come la polvere controluce. Sta lì, da sempre, non ci fai caso. Io pure. Quando arrivo a Scauri non penso più al mare. Quando sono lontana sto minuti interi a immaginarmi il mare, a Roma (163 km da qui) vado a correre sugli argini bassi del Tevere per stare vicino all’acqua, a Modena mi consolava pensare che l’acqua trascorresse sotto le strade coi nomi di canali. Poi metto piede a Scauri e il mare mi passa di mente. All’improvviso. […] (nota).  

Per essere precisi, Spiaggia libera tutti non comincia così. Comincia con una piantina, questa (a cui segue un indice dei capitoli):

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Una porzione di costa: terra, mare. La presenza della città di Formia permette anche alle persone non della zona, di collocare questa porzione di territorio su di un orizzonte italiano più ampio. Qui dunque si trova la spiaggia di cui parla il titolo, un titolo che sa di gioco estivo, in sintonia con la copertina che ritrae delle sagome sulla spiaggia che si stanno divertendo, ma anche di suggestivo gioco di parole – tana libera tutti, spiaggia libera tutti. La suggestione rimanda a quel momento nel gioco del nascondino in cui qualcuno riesce a liberare tutti coloro che erano stati scoperti e non erano riusciti ad arrivare alla tana prima del “cercatore” di turno. Momento di gioia e di euforia per tutti i salvati, di sconforto per il cercatore che dovrà “cercare” di nuovo. Cosa succede se mettiamo spiaggia al posto di tana? Non possiamo che far affiorare la domanda e lasciarla lì.

Gioco di parole a parte, entriamo nel libro attrezzati di una mappa: per orientarci, per ancorare il detto a dei luoghi che esistono, per trovare il tesoro?

La mappa ci è immediatamente utile, dato che il titolo del primo capitolo riguarda proprio uno dei suoi luoghi, Scauri. Ma quello che segue, subito ci spiazza: Scauri, Caraibi? Questo titolo mantiene aperta la domanda che ci eravamo posti circa la mappa: realtà, fantasia? Scauri, Caraibi: tutte e due, realtà e fantasia. L’immediato riferimento a Macondo sottolinea questo possibile duplice livello almeno per coloro che riconosco in Macondo il mitico luogo dei Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez.

Oppure per coloro che perdono il riferimento a Marquez, Macondo, può essere semplicemente un altro imprecisato posto che non è nè Londra, nè Parigi, in cui succedono tante cose diverse, in cui c’è un po’ di tutto, cose normali e cose strampalate, varia umanità impegnata a far fronte alla vita così come sa, così come può.

La differenza tra questi due posti di provincia la fa il mare. C’è il mare, ma gli scauresi non se ne accorgono: una presenza così pervasiva e quotidiana che diventa scontata come la tovaglia di tutti i giorni o la polvere che c’è, ma si vede solo in controluce. E’ così anche per colei che narra: il mare c’è nell’immaginazione quando è lontana, quando non è visibile nella realtà. Ed ecco quindi – forse – intonato quello che ci aspetta: un luogo e i luoghi che gli stanno intorno in cui ha radici la biografia di colei che narra. Un qui specifico misurato con precisione in riferimento al resto – Roma (163 km da qui) – e misurato anche in riferimento ad altri luoghi (Macondo) scoperti con quel viaggiare molto particolare che sono i libri, che diventano, dunque, anch’essi potenziali metri di misura. Il qui, si vede meglio da luoghi altri, veri e fittizi, in controluce, attraverso l’improvvisa illuminazione della scrittura che diventa modo di conoscere proprio quel luogo che dovrebbe essere più familiare di tutti e invece rischia di non esserlo. Un viaggio alla scoperta dei tesori che nasconde quella mappa iniziale, di quanto noi siamo in maniera profonda e forse inconsapevole il luogo da dove veniamo, se solo riusciamo a vederlo con i suoi abitanti in controluce.

nota

Eccoci qui: siamo solo al terzo incipit e già disattendo il criterio del primo paragrafo che sancisce la fine dell’inizio che ho io stessa proposto. Segnerò in questa maniera […] i casi come questo. Qui il primo paragrafo finisce all’inizio della seconda facciata. Motivi di spazio mi costringono a tagliare e mi sono fatta guidare dal quello che ha ben espresso Giuseppe Ierolli nel suo commento al mio post “Ma quando finiscono (e quando cominciano) gli inizi?: “Di volta in volta, mi affido al respiro delle frasi, o al passaggio ad altro …” e qui mi è parso che la frase secca corta perentoria “all’improvviso” mi offrisse un appiglio per tagliare. Mi scuso con l’autrice.

 

Ma cosa significa “libri che valgono”?

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Ho usato questa espressione parlando dell’incipit di “Eli il fanatico” e mi sembra importante almeno tentare di affrontare questa questione. Si tratta di una faccenda delicata e piuttosto scivolosa che tira in ballo gusti personali e (scomode) istanze universalistiche, quelle, per intenderci, che nutrono i canoni letterari – le liste di libri che ogni generazione definisce come validi e rappresentativi della propria identità, ovvero della propria idea di se stessa.

 

Propongo un criterio a cavallo tra il soggettivo e l’oggettivo, senza dubbio discutibile, ma pragmatico. Come per la lunghezza degli inizi, credo nell’utilità di utilizzare parametri che abbiano una certa applicabilità immediata ed anche intuitiva. Ecco qui dunque la mia proposta: i libri che valgono sono quelli che non vengono consumati dalla prima lettura, quelli che sono in grado di reggere ulteriori letture, anzi, potremmo dire che le auspicano. Altro modo di dire la stessa cosa: i libri che valgono non sono solo trama, hanno qualcos’altro che ci trattiene, che ci interroga, che ci fa uscire dalla nostra zona di comfort di lettori. Non sono, insomma, libri usa-e-getta, ma libri a cui si ritorna, a cui si può ritornare e spesso il nostro ritorno è premiato da nuove, sorprendenti scoperte.

 

“Eli, il fanatico” (Philip Roth, 1959)

GBC imgresLeo Tzuref sbucò da dietro una colonna bianca per dare il benvenuto ad Eli Peck. Eli fece un salto indietro, sorpreso; poi si strinsero la mano e Tzuref con un gesto lo invitò a entrare nella vecchia casa in rovina. Sulla porta Eli si voltò, e ai piedi del prato in discesa, dietro la giungla di siepi, oltre il sentiero buio sul quale non passava più nessuno, vide accendersi i lampioni stradali di Woodenton. Dai negozi lungo Coach House Road si alzò una fiammata di luce gialla; a Eli parve un segnale segreto da parte dei suoi concittadini: “Dì a questo Tzuref qual è la nostra posizione, Eli. Questa è una comunità moderna, Eli, abbiamo famiglia, paghiamo le tasse …” Eli, oppresso da questo messaggio, rivolse a Tzuref un’occhiata muta e stanca. (Einaudi, 2012. Trad. V. Mantovani).

 

[Leo Tzuref stepped out from back of a white column to welcome Eli Peck. Eli jumped back, surprised; then they shook hands and Tzuref gestured him onto the sagging old mansion. At the door Eli turned, and down the slope of lawn, past the jungle of hedges, beyond the dark, untrampled horse path, he saw the street lights blink on in Woodenton. The stores along Coach House Road tossed up a burst of yellow – it came to Eli as a secret signal from his townsmen: “Tell this Tzuref where we stand, Eli. This is a modern community, Eli, we have our families, we pay taxes …” Eli, burdened by the message, gave Tzuref a dumb, weary stare.]

Un nome apre la prima breve frase del racconto che chiude la prima fortunata raccolta di racconti (Goodbye, Columbus and Five Short Stories) di Philip Roth e un altro nome la chiude. E’ facile comprendere il fatto che tutti i nomi dei romanzi e dei racconti sono intrinsecamente vuoti (nota), cioè mancano di un referente nel “nostro” mondo che permetta di “riempirli” di tratti temperamentali, di caratteristiche, in una parola di una storia: i nomi hanno bisogno delle pagine che seguono per prendere un corpo, una biografia individuali per noi lettori. Detto questo, è comunque innegabile che questi due nomi del tutto vuoti e opachi non sono: portano con sè la loro appartenenza culturale ed etnica – sono nomi ebrei.

Se, come sono convinta, tra le pieghe degli inizi dei libri che valgono c’è spesso (mi tengo cauta, ma potrei dire sempre) tutto quello che segue, questa prima frase ci dice che la storia si giocherà tra questi due personaggi ebrei che si incontrano, sembra per la prima volta in apertura di racconto.

I primi verbi usati intonano immediatamente la nota del leggero disagio: Leo dà il benvenuto a Eli sbucando da dietro una colonna, Eli istintivamente si ritrae sorpreso – piccoli dettagli che suggeriscono, perlomeno, un certo nervosismo da parte di Eli.

Le righe che seguono ci mostrano Eli che indugia ad osservare quanto si sta lasciando alle spalle prima di varcare la soglia della vecchia casa di Leo, o forse dovremmo dire, quanto Eli si porterà in casa di quello che descrive: la cittadina di Woodenton gialla delle luci dei negozi (in contrasto con l’oscurità che circonda il luogo dove si trova) e un misterioso incarico da parte dei suoi concittandini che ha che fare con il tipo di comunità che Woodenton sente di essere – “un comunità moderna” – e di rappresentare (“dì … qual è la nostra posizione”). Eli varca la soglia del racconto e della casa prima “sorpreso” poi “oppresso” e la nostra prima impressione è che non sia particolarmente entusiasta dell’incarico o addirittura capace di portarlo a termine (“un’occhiata muta e stanca”), o forse è solo stanco, ma questo sguardo che indugia sembra dirci qualcosa di più profondo.

Eccoci dunque pronti ad affrontare l’incontro tra i due protagonisti con il tarlo del titolo: perchè Eli è definito the fanatic, dato che in queste prime battute sembra essere il semplice rappresentante di una istanza comunitaria di modernità? Che cosa c’è in questo Leo che non va giù alla comunità di Woodenton, fatta di persone che tengono famiglia e pagano le tasse?

Nota

su “i nomi … sono intrinsecamente vuoti”

I personaggi sono ingredienti essenziali del mondo dei romanzi e dei racconti di finzione. Intorno a loro si costruiscono le azioni e i dialoghi che fanno procedere la storia, che fanno la storia. E i personaggi hanno – quasi sempre – dei nomi propri che hanno la stessa identica funzione di individuazione che hanno i nomi propri, per così dire, veri (il vecchio e un po’ frusto concetto di verosimiglianza merita una sosta che vi inviterò a fare a breve). Un po’ come con le persone, l’apparire sulla scena di un romanzo di un nuovo personaggio con relativo nome è solo il primo tassello di quella che si può chiamare conoscenza. Intanto il nome e poi, pagina dopo pagina, una descrizione fisica (forse), una serie di tratti temperamentali (forse) che possono emergere da dialoghi in cui il personaggio è coinvolto, da pensieri di altri personaggi che lo riguardano o dall’accesso alla sua interiorità se il personaggio parla in prima persona o se gli eventi ci vengono raccontati dal suo punto di vista (prometto un’altra sosta su questo). Piano piano, tassello dopo tassello, quel nome “vuoto” che ci è stato offerto si riempie di caratteristiche e di conseguenza di aspettative da parte nostra.