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Tempo di imparare (Valeria Parrella, 2014)

PARRELLAOggi, dopo tanti anni, sono tornata a scuola. E’ accaduto proprio oggi, che non è il primo giorno di scuola, e neppure un lunedì, e anzi entriamo alle 10,20 per una riunione sindacale delle maestre.

Ho aperto lo zainetto, preparato l’astuccio con le penne e i pennarelli, infilato su di una lato la banana per la merenda. L’ho messo sulle spalle dei miei quaranta anni e sono tornata in prima elementare.

Ho aspettato nella calca delle voci che si aprissero i cancelli, stretta tra i bambini e le madri ho guardato ora il portone ora il bidello, e l’aria era rarefatta intorno a me, il tempo volava e si rivelava, assieme, come fa la polvere nel sole. Quel caldo, il caldo delle parole, il caldo dei cappelli di lana stretti nelle mani, nelle tasche, infilati ancora in testa: tutto mi ha riscaldato, finché il bidello ha aperto e una leggera gentile pressione mi ha spinto dentro. Abbiamo salito le scale incuranti degli strilli che ci dicevano di fare piano. Senza ordine alcuno che non fosse quello dell’energia nostra interna siamo saliti e ora ero più in basso sulle scale, ora guardavo su, i bambini e le mani delle madri, nella rampa successiva. Ora ero io a svoltare un ballatoio, e quel flusso di piedi e teste che saliva con me era la vita stessa. L’avevo dimenticata perché si rivela ogni volta diversa, quando lo fa. Ma a incontrarla l’ho riconosciuta senza dubbio. (Einaudi, 2014)

 

Oggi. La scrittura che segue a ruota la vita, quasi a coincidere con essa: oggi sono tornata a scuola, oggi scrivo del mio essere tornata a scuola, proprio oggi. Presa diretta, racconto a caldo, intimo. La vita una volta riconosciuta va raccontata, altrimenti – forse – scappa.

A scuola, dunque. Immediato il riferimento al titolo: a scuola per imparare. E’ questo che si fa a scuola, giusto? Ma imparare che cosa?

La protagonista quarantenne torna in prima elementare, torna dove comincia ufficialmente l’apprendistato di tutti e ce lo racconta. L’immediato pretesto per questo ritorno è una riunione sindacale, la protagonista non va a scuola per imparare, quindi, non nel senso immediato che collega la scuola con l’imparare, per lo meno.

Se va a scuola a una riunione sindacale, significa che con la scuola ha qualcosa a che fare. E dato che non può essere una maestra (perchè non ritornerebbe a scuola dopo tanti anni se ci lavorasse) significa che è una madre. È come madre tra le altre madri che attende l’apertura dei cancelli assieme ai bambini. La prima elementare è la classe di suo figlio/figlia o è semplicemente la stanza in cui si riuniranno? O entrambe le cose, oltre al possibile ulteriore significato (simbolico) che c’è qualcosa di nuovo da imparare e quindi si parte dalla prima elementare. La nostra protagonista si prepara con cura, zaino, astuccio con tanto di penne e pennarelli e merenda. Come mai tutta questa preparazione per una riunione sindacale delle maestre? Per il momento registriamo la cura del dettaglio, che passa attraverso il nominare, oggetto dopo oggetto.

Con queste domande che ci frullano in testa e a cui non riusciamo ancora a dare risposta, ci immergiamo con la protagonista nella preparazione e poi nell’attesa, nella calca, viva di calore che riscalda la protagonista. Calore che dice di una sensazione di appartenenza a quel microcosmo fatto di madri e bambini in attesa che i cancelli si aprano. Entriamo con la protagonista e saliamo le scale con lei, spinti e sospinti da un linguaggio poetico (“senza ordine alcuno che non fosse quello dell’energia nostra interna siamo saliti”) che ci consegna una protagonista attenta alla vita che si rivela nella semplicità quotidiana dei gesti – varcare i cancelli, salire una rampa di scale, guardare su, mani e teste, svoltare il ballatoio.

Immersa in questo momento ordinario, la protagonista è sicura di riconoscere la vita stessa che le si rivela questa volta nel movimento condiviso, nel flusso di piedi e teste che salgono le scale della scuola. Il momento così descritto e rivelato si trasfigura davanti ai nostri occhi e diventa ricolmo di una pienezza che trabocca di senso.

Alla chiusa di questo incipit, ci sbilanciamo, pronti a scommettere che il tempo di imparare abbia anche a che fare con il riconoscere la vita che ci si offre trasfigurata nel nostro quotidiano. Sempre che impariamo a riconoscerla, appunto.