Il re pallido (David Foster Wallace, 2011)

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Il re pallidoDi là dalle pianure di flanella, i grafici d’asfalto e gli orizzonti di ruggine sbilenca, e al di là dal fiume tabacco sormontato dagli alberi piangenti monetine di sole che filtrano sull’acqua della foce, nel punto oltre il frangivento, dove i campi incolti rosolano striduli al caldo antimeridiano: sorgo, farinello, leersia, salsapariglia, cipero, stramonio, menta selvatica, soffione, setaria, uva muscadina, verza, verga aurea, edera terrestre, acero da fiore, solano, ambrosia, avena folle, veccia, gramigna, fagiolini spontanei invaginati, tutte teste che annuiscono dolcemente a una brezza mattutina che è la morbida mano di una madre sulla guancia. Uno strale di storni scoccato dalle stoppie del frangivento. Il lucore di rugiada che resta lì a svaporare tutto il giorno. Un girasole, altri quattro, uno chiuso. e lontani cavalli rigidi e immoti come giocattoli. Annuiscono tutti. Suoni elettrici di insetti indaffarati. Sole biondo birra, cielo pallido e volute di cirri così alte da non fare ombra. Insetti indefessamente indaffarati. Quarzo, selce, scisto e croste di condrite ferrosa nel granito. Terra antichissima. Guardatevi intorno. L’orizzonte tremola, informe. Siamo tutti fratelli. (Einaudi, 2013, traduzione di Giovanna Granato).

[Past the flannel plains and blacktop graphs and skylines of canted rust, and past the tobacco-brown river overhung with weeping trees and coins of sunlight through them on the water downriver, to the place beyond the windbreak, where untilled fields simmer shrilly in the A.M. heat: shattercane, lamb’s-quarter, cutgrass, sawbrier, nutgrass, jimsonweed, wild mint, dandelion, foxtail, muscadine, spine-cabbage, goldenrod, creeping charlie, butter-print, nightshade, ragweed, wild oat, vetch, butcher grass, invaginate volunteers beans, all heads gently nodding in a morning breeze like a mother’s soft hand on your cheek. An arrow of starlings fired from the windbreak’s thatch. The glitter of dew that stays where it is and steams all day. A sunflower, four more, one bowed, and horses in the distance standing rigid and still as toys. All nodding. Electric sounds of insects at their business. Ale-colored sunshine and pale sky and whorls of cirrus so high they cast no shadow. Insects all business all the time. Quartz and chert and schist and chondrite iron scabs in granite. Very old land. Look around you. The horizon trembling, shapeless. We are all of us brothers. (2011)]

“Di là”, “al di là”: il romanzo che David Foster Wallace ha lasciato incompiuto quando si è tolto la vita il 12 settembre del 2008, si apre con uno sguardo che si spinge oltre, al di là di quello che l’occhio immediatamente vede, a cercare e a cogliere altro, il dettaglio della natura in tutta la sua eterogenea ricchezza di specie e varietà. Il caldo antemeridiano sottolineato dalla flanella, dall’asfalto, dalla ruggine, dal colore tabacco del fiume e amplificato dai campi incolti che rosolano striduli probabilmente del verso delle cicale sembra stemperarsi e ammorbidirsi “nel punto oltre il frangivento” dove un lungo elenco di piante annuiscono senza eccezione alla carezza materna della brezza mattutina.

Uno sguardo umano, incarnato (cioè non olimpico e onniscente) coglie mano a mano quello c’è – un girasole, altri quattro – vede e nomina ogni cosa con il suo nome, ogni cosa diversa e distinta abbracciata da un catalogo alla Walt Whitman, a tratti antropomorfizzato dall’occhio stesso che osserva  (le teste delle varie piante che annuiscono, la brezza che è una morbida mano di madre). Il catalogo ci colpisce in tutta la sua semplice concretezza per l’assenza dei verbi – dice dell’essere non dell’agire. La natura è infinita nel suo manifestarsi; la presenza umana suggerita nel riferimento, anche metaforico, ai suoi prodotti – la flanella, la ruggine, la birra, l’asfalto, le monetine, il frangivento – sembra rimanere periferica, limitata appunto al ruolo di occhio che vede e articola quello che vede in progressivi affinamenti (“Suoni elettrici di insetti indaffarati” “Insetti indefessamente indaffarati”). La celebrazione dell’esistere di questa terra antichissima diventa esortazione: guardatevi intorno: non vi lasciate sfuggire questa ricchezza ordinaria del vostro quotidiano, del nostro quotidiano. La sorprendente chiusa di questo primo paragrafo, da molti considerato un poema in prosa, “siamo tutti fratelli”, forse va interpretata proprio in questa direzione: aprire gli occhi a quello che circonda tutti (con le necessarie varianti geografiche naturalmente) per sentirci tutti accomunati dalla stessa umanità. Forse. Inutile dire che è ben difficile capire la direzione che prenderà questo ultimo libro di David Foster Wallace a partire da questo incipit così lirico.

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